Ipoema, musica e poesia al chiarore della luna piena.


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Ipoema è un paesino lungo l’Estrada Real, quel cammino del XVII secolo che attraversa Minas Gerais, da Paraty a Tijuco, primo nome di Diamantina. In quella piccola frazione di Itabira, terra di Carlos Drummond de Andrade, si concentrano l’unico museo brasiliano interamente dedicato ai “tropeiros” e una serie infinita di rodas di viola caipira, che si tengono quasi ogni mese, sempre al chiarore della luna piena. Il significato di Ipoema nella lingua tupi’, “uccello che canta”, è già molto bello. Ma chissà se nell’immediato futuro non possa ispirare una sigla Apple, come iPhone o iPad: iPoema, un congegno per fare poesia! Ci sono andato la settimana scorsa. Un grande amico di vecchia data, Marco Antonio, mi ha invitato nella sua fattoria chiamata “Boitempo”, come un famoso testo di memorie di Drummond. L’elettricità è arrivata da relativamente poco in quella vetusta casa coloniale, totalmente restaurata. Niente telefono né internet. In compenso all’interno della casa grande e davanti agli annessi (come un “paiol” per accatastare granoturco, trasformato in atelier di moda da sua moglie Raquell) ci sono dei libri di legno con incise sopra le più belle rime di Drummond.
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Apparteneva ai suoi nonni, Olavo e Lia. Del primo rimangono molte “bruacas” di cuoio di tapiro, grandi sacche che si appendevano ai due lati di un asino per caricarlo delle mercanzie tipiche di un tropeiro. Olavo è morto nel 1992, ma a Ipoema resta l’ultimo tropeiro ancora in vita in Brasile: Onelvino Coelho, di 96 anni. Da lui si apprendono infiniti “causos” sulle ”caminhadas” di una “tropa”, che era composta da un minimo di sette “bestas” a un massimo di centinaia, con viaggi che potevano durare anche piu’ di tre mesi. La mula “madrinha”, la più anziana, la prediletta “dell’arrieiro”, precedeva tutta la carovana con in testa ornamenti colorati e una torre di sonagli, che annunciavano, con il loro tintinnio, l’avvicinarsi dei tropeiros. Le donne erano particolarmente contente del loro arrivo perché portavano tessuti all’ultima moda, sete e velluti, sottovesti ricamate, e qualche biglietto clandestino di un amore distante. Onelvino ricorda con orgoglio che il suo mestiere era indispensabile: oltre che trasportatore di ogni tipo di merce, era in pratica postino, diffondeva le ultime notizie, era mediatore d’affari, emissario ufficiale…
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Nonna Lia invece non si limitava ai lavori di casa, cucinando su un enorme “fogao mineiro” ad otto bocche, ma si preoccupava anche dei poveri del circondario. Andava di persona con una cavalla mansueta a consegnare alle famiglie bisognose “ceste basiche” delle quali, dicono nella zona, sia stata la prima inventrice. Tutti la ricordano con l’onesta riconoscenza di questa gente semplice. Ho partecipato a una festa musicale nella “Fazenda da Dona”, la piu’ antica della regione (foto), risalente al lontano 1775, quando una portoghese di nome Francisca venne da sola in questa landa sperduta. Probabilmente era per rifare, tale e quale, la casa del Douro appartenente ai suoi genitori, distrutta dal terremoto di Lisbona. Ho ascoltato molti “violeiros” provenienti da paesini collegati con Ipoema da impervie strade sterrate, circondate da foreste e cascate alte più di 100 metri. Adoro la viola caipira, utilizzata qui soprattutto come accompagnamento a canzoni cantate. Ma mi piace anche solo suonata, come dai favolosi “maestri” Renato Andrade e Ivan Vilela. Nel Museo do Tropeiro, ospitato in una casa di pau a pique, ho trovato, alla fine, questo testo di una “moda de viola”, la cui musica è andata purtroppo perduta con gli anni: “Maria, por caridade, nao ama tropeiro, nao. Tropeiro è homem bruto, bicho sem combinacao. Maria, escute o conselho: sossega seu coracao”. (l’autore ha viaggiato con uma Doblo’ Adventure, cortesia della Fiat)
Oliviero Pluviano
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